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Massimo studia lo sgambetto a Federico…

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Nella corsa alle amministrative del 2022 i candidati più pericolosi sono i sottomarini che lavorano sott’acqua ed emergono, poi, all’ultimo minuto. L’imperatore di queste cose è sempre stato Massimo Ferro.

Il giovane figlio di Luigi, oggi defunto, uomo di Cossiga e della ricostruzione del dopoguerra, grande stratega e imprenditore lungimirante nonché amante delle opere d’arte, è stato da giovane sindaco di Caldiero, presidente dell’Aeroporto Catullo quando acquistò le superfici di Montichiari per farne un secondo aeroscalo, presidente della Camera di Commercio, della Cantina Sociale di Colognola ai Colli, consigliere di amministrazione del Banco Popolare, parlamentare nel listino bloccato all’epoca di Giancarlo Galan e oggi senatore della Repubblica nell’era politica di Forza Italia gestita nel Veneto dall’avvocato padovano Nicolò Ghedini.

Tutte queste cosa hanno un unico comune denominatore: che il senatore Massimo Ferro non si è mai confrontato con i suoi elettori. Candidato nei ruoli della provincia e nella politica nazionale in posizioni garantite e bloccate. Da che cosa? E’ facile intuirlo. Lasciamo all’intelligenza del lettore l’interpretazione.

Nel 2017 qualcuno lo aveva candidato a sindaco in antitesi all’uscente Flavio Tosi, che puntava sulla moglie, Patrizia Bisinella, e contro Federico Sboarina attuale sindaco.

Un giorno di quella primavera pre-Covid, l’onorevole Ferro convocò una conferenza stampa al Grand Hotel di Corso Porta Nuova di cui era proprietario, per comunicare al popolo che ritirava la sua candidatura a sindaco di Verona. Noi giornalisti rimanemmo esterrefatti per un motivo molto semplice: nessuno aveva mai candidato Ferro sindaco, né partito, ne coalizione, lo aveva fatto a titolo personale. Però a titolo personale ufficializzava il suo ritiro, il perché di quella conferenza ve lo spieghiamo noi.

Ferro sperava fino all’ultimo di essere il candidato della Lista Tosi. Sommando i voti di Flavio a quelli democristiani, a quelli del potere di Verona, a quelli delle lobby legate al senatore Ferro , avrebbero potuto sconfiggere la giovane armata di Sboarina. La cosa era probabile ma non certa, soprattutto Tosi che è un grande animale della politica veronese rispose con un cordiale “no” all’allora non ancora senatore Ferro.

Quindi Ferro poteva andare da solo ma il rischio era assai elevato e Ferro è un uomo che vuole la certezza della vittoria. Così preferì una mezza figuraccia pubblica con un ritiro e aspettò le elezioni politiche per diventare senatore. Trovare un accordo con Ghedini era molto più semplice che rischiare la partita per arrivare a palazzo Barbieri.

Ma al figlio di Gigi Ferro, per coronare il suo naturale istinto politico di vecchio stampo democristiano manca la conquista di Palazzo Barbieri. Eccolo allora riapparire sulla scena da uomo super partes, rilanciando la sua immagine locale per prepararsi ad essere l’uomo di un centrodestra unito l’anno prossimo quando scadrà il mandato a Sboarina.

Ovviamente, da buon cane da tartufo oggi apprezza prudenza e autorevolezza del presidente Draghi. Chiama a corteo gli imprenditori italiani ma soprattutto veronesi, evidenzia la necessità di aprire il paese sbloccandone i freni per rilanciare Verona.

E’ chiaro che Ferro parte da Roma per tornare a Verona perché nel suo ambizioso tassello politico manca solo Palazzo Barbieri. Con cinismo e diffidenza ha lasciato logorare Sboarina per far si che si aprisse una possibilità di ingresso in Comune senza difficoltà, dove la conta dei numeri sarebbe stata scontata. Peccato che il destino voglia che ci sia ancora di mezzo il motorino senza sosta Flavio Tosi e le sue liste collegate che potrebbero, per ferro, alla prima conta al consenso della sua vita, mandarlo a sbattere contro un muro di insuccessi.


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