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“Acqua e scenari climatici. Nuove conoscenze e indirizzi operativi”, il convegno di Viveracqua

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L’andamento delle piogge cadute negli ultimi trent’anni in Veneto testimonia quanto anche nel nostro territorio siano in atto rilevanti manifestazioni del cambiamento climatico, con conseguenze non di rado drammatiche per ambiente, centri urbani e persone, e anche per il ciclo dell’acqua. In che modo intervenire con opere idrauliche di gestione e difesa adeguate ai nuovi fenomeni atmosferici?  

È per rispondere a questo interrogativo che i gestori del Servizio Idrico Integrato si sono fatti promotori di uno studio sulle piogge intense e la loro distribuzione, realizzato da Nord Est Ingegneria e basato sui dati messi a disposizione dall’Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto (ARPAV). Dal titolo “Le piogge intense nella Regione Veneto, 1990-2020”, la ricerca in quattro volumi è stata presentata nel corso della giornata di studio “Acque e scenari climatici. Nuove conoscenze e indirizzi operativi”, un convegno organizzato da Viveracqua e dalla sezione regionale dell’Associazione Idrotecnica Italiana in partnership con Fondazione Ingegneri Padova, che si è svolto ieri mattina (10 dicembre) nella Sala dell’Archivio Antico del Palazzo del Bo dell’Università patavina.  

“Dalla nostra analisi  – spiega Vincenzo Bixio, presidente della Sezione Veneta dell’Associazione Idrotecnica Italiana e autore dello studio – emerge che in Veneto gli eventi “estremi” (le piogge che giornalisticamente vengono dette “bombe d’acqua”) riversano al suolo in tre ore anche 300 mm di pioggia: su una piccola piazza o terreno di 1.000 metri quadrati (due campi da basket) giungono cioè in tre ore 300mila litri d’acqua che, senza adeguate vie di deflusso, possono dar luogo a diffusi allagamenti nelle superfici urbane e a forti erosioni con frane e smottamenti  in zone collinari e montane. Sono dati che chiunque si occupi di progettazione e rinnovamento delle opere idrauliche deve conoscere”.  

Cambiamenti climatici e sicurezza idrica sono temi legati a doppio filo. Se, come indicato dal Rapporto dell’Intergovernmental Panel of Climate Changes – IPCC, l’aumento delle temperature avrà ricadute gravi sulle variabili idrologiche con piogge intense, periodi di siccità più frequenti e prolungati e progressivo innalzamento del livello medio del mare, le conseguenze del cambiamento climatico interesseranno sempre più anche le opere acquedottistiche. Una sfida che chiama in causa direttamente i gestori idrici pubblici.  

“Infrastrutture idriche adeguate (in quanto progettate con lungimiranza e sfruttando le migliori conoscenze a disposizione) riducono il rischio di allagamenti e alluvioni – sottolinea Monica Manto, presidente di Viveracqua, consorzio che riunisce i gestori idrici pubblici con sede in Veneto -. Noi gestori siamo costantemente impegnati nel rinnovamento delle infrastrutture: solo nell’ultimo triennio (2018-2020) sono stati investiti 750 milioni di euro per migliorare reti e impianti. Abbiamo promosso questo studio perché per chi come noi deve progettare opere idrauliche destinate a durare decenni, come fognature e impianti di sollevamento, è importantissimo avere una visione di lungo temine sull’andamento climatico e pluviometrico”.

“Alla tempesta Vaia – aggiunge Roberto Mantovanelli, presidente di Acque Veronesi e relatore per i gestori idrici nel convegno di ieri mattina – abbiamo reagito con un rilevante impegno congiunto, realizzando cantieri per oltre 26 milioni di euro per riparare i danni e ripristinare i servizi idrici. Sappiamo che per un efficace adattamento delle infrastrutture idriche alla variazione dei regimi pluviometrici è necessario un grande lavoro di squadra: il monitoraggio costante delle proiezioni più aggiornate e il lavoro in rete con i Comuni, i Consorzi di Bonifica, la Regione e le istituzioni ad ogni livello sono gli strumenti che ci permettono di creare piani d’azione atti a prevenire il rischio di danni alle persone e all’ambiente causati da eventi meteo eccezionali. Abbiamo posto le basi per questa collaborazione, inquadrandole all’interno di un solido contesto conoscitivo”.


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